Quando la vita ti lascia all’estero

IMG_0854Vivo e lavoro a Bruxelles dal 1995. Vi arrivai per la prima volta due anni prima. In treno dall’Italia fino alla Gare du Luxembourg. Una stazione secondaria della capitale europea, un po’ malconcia, dalla quale partivano gli studenti per l’Università di Louvain-la-Neuve. Dietro la stazione un enorme quartiere. Gru, camion, scavatrici. Stavano costruendo il nuovo Parlamento europeo. Qualche esproprio, molte demolizioni e lunghe inferriate delimitavano i lavori in un mare di fango. Dopo oltre vent’anni di quella stazione rimane solo il piccolo edificio centrale, una costruzione ristrutturata con incastonato al centro il tipico orologio da ferrovia. Sullo sfondo, imponente, il Parlamento europeo sovrasta il cielo di questo quartiere che in pochi chilometri quadrati ospita le più importanti Istituzioni europee. Di fronte, la Place du Luxembourg, o “Place Lux”, come dicono oggi i giovani europei bruxellizzati che si incontrano il giovedì sera per il rito dell’aperitivo.

All’estero vivo l’italianità (e l’italicità) con fierezza. Potrei definirmi simile ad un “Millenials”, uno di quei giovani che, con un bagaglio qualificato di titoli di studio, non ha lasciato l’Italia per necessità, ma per scelta. In Belgio mi sono confrontato fin da subito con una comunità di italiani che invece aveva alle spalle una storia completamente diversa dalla mia, e di cui i libri di testo italiani parlano troppo poco: l’emigrazione del secondo dopoguerra. Migliaia di italiani mandati via, fuori, caricati sui treni, venduti per un sacco di carbone e poi ignorati, dimenticati, nascosti. Gente che dai campi di sole della Sicilia, della Puglia e del Veneto si è trovata a centinaia di metri sottoterra ad estrarre carbone nelle miniere di Charleroi, di Liegi e di Genk. Dormivano nei campi di prigionia che i tedeschi avevano abbandonato. Ai nostri emigrati italiani porto profondo rispetto e risconoscenza. È anche grazie al loro sacrificio che oggi ci ritroviamo a vivere e a lavorare in un’Europa migliore. Ma è ora che l’Italia cambi schemi culturali e inizi riconoscere l’emigrazione italiana nella sua nuova accezione, positiva, smettendola di parlare di “fughe di cervelli” o minacciando di togliere il voto a chi risiede all’estero.

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