Malbiik, Malbech, Malbeek

ragLa città è blindata. Vive nel terrore, dicono. Intanto dalla finestra del mio ufficio si vedono i ragazzini che giocano a pallone. È mercoledì pomeriggio. The day after, il giorno dopo. A due passi dal Palazzo di Giustizia e dall’Avenue Louise i bambini giocano in strada. Ne abbiamo lette e sentite tante dai nuovi conoscitori ed esperti di Bruxelles. Che scrivono guardando su google map dove si trovano Forest, Molenbeek, Schaerbeek. Dei quartieri della periferia di Bruxelles, dicono. Delle banlieue, sobborghi, quartieri dormitorio. E invece no. Sono veri e propri comuni della città di Bruxelles che di municipalità nel conta ben 19. Una città fatta di comuni, con sindaci e assessori.

Questi esperti di integrazione non sanno che un giovane terrorista aveva frequentato il miglior liceo della città, che un altro era stato iscritto all’università e che un altro ancora aveva i genitori con un’attività commerciale ben avviata. Immagini lontane dai poveri emigrati emarginati, esclusi, segregati e ignorati. “Contesto i filosofi dell’integrazione” scrive Manuela Conte in formiche.net. E racconta di come i minatori italiani, quelli arrivati in Belgio quando ancora non c’erano i dibattiti televisivi sull’integrazione, non abbiano avuto inserimento facile nella società dell’epoca e che secondo i “filosofi dei salotti televisivi” si sarebbero dovuti trasformare in terroristi per la mancata integrazione. “Invece no – dice Conte -, i minatori italiani si sono spaccati la schiena, hanno lavorato sodo, e alcuni sono morti nelle miniere belghe. Quindi ai signori che giustificano gli atti di terrorismo con la mancata integrazione, suggerisco di farsi un giro a Marcinelle e di chiedere ai pochi ex minatori ancora in vita, se gli è mai sfiorato il pensiero di compiere delle stragi”.

I nuovi esperti di Bruxelles ti intervistano a distanza. E ricreano uno scenario. Ma lei ha paura? Dov’era? Insomma sarebbe dovuto andare all’aeroporto ma per fortuna non ci è andato.  È così, vero? Quel giorno era un po’ in ritardo e non è passato per Mabiik, no per Malbak, cioè Malbech, Malbeek, insomma per di là. È arrabbiata Francesca Palombo perché non si ritrova nelle sue dichiarazioni riportate in un giornale: “Sono arrabbiata – scrive nel blog lineaventi20 – perché ho visto la mia testimonianza, timida, delicata… presa, divisa in tanti pezzi, sbrindellata e poi ritoccata qua e là. Nulla di falso, per carità, tutte cose dette da me. Eppure sul giornale ieri ho letto la testimonianza di una Francesca Palombo che non conoscevo: vittima di un incubo, miracolata dal caso, che arriva in ufficio correndo. Mi sono spaventata io stessa a leggere quelle righe, che, con il mio nome, trasmettevano un messaggio non mio. Sono arrabbiata per questo, perché mi sfinisce il dover lottare contro un’informazione che è terribilmente allenata a distorcere le notizie, tanto da riuscire a farlo senza dire nulla di falso”.

È morta un’italiana. Anzi no. Un’italo-belga. Insomma una figlia di emigrati italiani. Anzi no, sardi. È nata in Belgio. Anzi “viveva in Belgio ma aveva origini italiane”. Lavorava “all’interno delle istituzioni europee”, insomma “lavorava per l’Unione europea”. Meglio, era impiegata all’Agenzia esecutiva del consiglio della ricerca europea. Comunque aveva anche vissuto qualche anno in Italia. E gli articoli diventano già trafiletti. Alla famiglia di Patricia Rizzo e alle altre famiglie che sono state toccate da questa tragedia portiamo solo rispetto per il loro dolore.