Oltre i luoghi comuni dell’immigrazione italiana

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Con Anne Morelli

All’inizio del ‘900, nel centro di Bruxelles si contavano ben 44 esercizi commerciali italiani tra ristoranti (8), bar e caffè (29) e negozi di prodotti alimentari (7). Gestiti principalmente da emigrati provenienti dal Nord d’Italia, i commerci si concentravano proprio nei pressi della Grand-Place, della Bourse e di Place Sainte-Catherine. Una di queste brasserie esiste ancora. Si chiama “Le Cirio” e fu aperta nel 1886 proprio da Francesco Cirio il fondatore della Cirio, la società delle conserve di pomodoro. All’epoca si chiamava proprio “Francesco Cirio – Dégustation de vins d’Italie” ed era uno dei débits de boissons più esclusivi della capitale. Insomma, i belgi, a cavallo tra l’800 e il ‘900 conoscevano già la cucina italiana, e la apprezzavano. Già allora si potevano comprare a Bruxelles il Parmigiano, il Chianti, l’olio d’oliva di Lucca, la pasta di Napoli, i salumi di Veneto e Lombardia e anche frutta e verdura provenienti dall’Italia. Tutto questo lo racconta e lo documenta Olivier de Maret, ricercatore della VUB, l’università fiamminga di Bruxelles, in un articolo nel libro Recherches nouvelles sur l’immigration italienne en Belgique. Diretto da Anne Morelli e pubblicato con il sostegno del Patronato INCA-CGIL, il volume raccoglie una serie di articoli, in francese e in italiano, di ricercatori e docenti universitari sugli aspetti linguistici, culturali, sociali e politici della popolazione italiana immigrata. E si sfatano alcuni miti come quello appunto che i belgi abbiamo scoperto i prodotti italiani solo dopo il 1946, a seguito dell’immigrazione italiana delle miniere di carbone. Insomma, sembrava che si fosse già detto e scritto tutto sull’immigrazione italiana in Belgio e invece no, le recherches nouvelles propongono temi di riflessione nuovi e, per certi versi, molto attuali.

morelli 4“L’emigrazione italiana in Belgio – sottolinea Anne Morelli – esisteva prima del 1946, è proseguita anche dopo la tragedia di Marcinelle e continua tuttora. Non si tratta esclusivamente di minatori, ma anche di ristoratori, esiliati politici, musicisti ambulanti, funzionari europei, quadri, commercianti, studenti, operai, intellettuali, disoccupati”. Il “mito” spesso presenta gli italiani come il perfetto esempio di integrazione e, a volte, di vero e proprio successo. Ci si dimentica però che, a parte i cinque o sei “famosi” che rappresentano più che altro un’affermazione individuale, l’esperienza dell’immigrazione italiana in Belgio è connotata dall’assenza di una mobilità socio-economica collettiva. I figli degli operai sono rimasti operai e i loro nipoti, in grande maggioranza, anche. In sostanza l’idea di affermazione, di successo, di reussite degli italiani del Belgio dovrebbe essere relativizzata e ridimensionata. Ricorda il prof. Marco Martinello dell’Università di Liegi, nell’articolo conclusivo, che “gli italiani del Belgio non sono tutti ricchi, celebri e popolari, non hanno tutti impieghi stabili interessanti e ben pagati. La gran parte dell’immigrazione italiana è stata un’immigrazione poco qualificata”. Oggi invece il Belgio, e Bruxelles in particolare, insieme ad alcuni altri Paesi, è toccato da una nuova ondata di immigrazione italiana. Un’”élite di migranti italiani” fatta di studiosi, ricercatori e stagiaire si aggiunge a quella dei giovani italiani meno qualificati. Siamo di fronte ad un fenomeno nuovo. Ma non è una fuga di cervelli, aggiungo io.

Ad Anne Morelli e agli autori delle ricerche pubblicate nel libro va riconosciuto un grande merito. Quello di aver voluto rilanciare il tema dell’immigrazione italiana in Belgio aprendo nuove prospettive di riflessione sulla nuove forme di mobilità in Europa e su altri temi più complessi collegati al tema delle migrazioni.