Quando la vita valeva meno del carbone

IMG_2013Dei miei primi anni in Belgio, ricordo l’emozione e il mio disorientamento nell’ascoltare i racconti e le testimonianze degli ex-minatori italiani. Ne ho incontrati molti, a Charleroi, a Liegi, a Genk. Mi raccontavano del viaggio in treno dall’Italia al Belgio che durava due o tre giorni, del loro primo alloggio nelle baracche dei campi di concentramento non ancora dismessi, o di quando si trovavano sottoterra a lavorare a fianco dei prigionieri di guerra che non erano ancora stati rilasciati. L’Italia ci ha “venduti per un sacco di carbone”, dicevano gli ex-minatori, e io, confuso, mi perdevo nei ricordi dei libri di storia del liceo e dell’università nei quali le due paginette sull’emigrazione italiana si limitavano a narrare delle partenze degli emigrati verso gli Stati Uniti con qualche foto in bianco e nero di famiglie con la valigia di cartone. Queste emozioni e questo mio sconcerto lo rivivo ancora oggi, ogni volta che visito il sito minerario di Blegny a Liegi o il Bois du Cazier a Marcinelle. I luoghi, le storie, le persone mi hanno fanno scoprire un pezzo della nostra storia d’Italia, troppo soffocata, poco raccontata, lontana, rimossa, scomoda.

Ho trovato molto appassionante leggere “Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone” di Toni Ricciardi (con un capitolo di Annacarla Valeriano sulla tragedia). È già stato scritto e detto molto su questo ottimo libro. Ne hanno parlato Il Sole 24 Ore, il Venerdì di Repubblica, il Caffè di Rai Uno, l’Espresso… e moltissime altre testate giornalistiche, blog e siti internet. Alcuni passaggi, meno evidenziati nelle recensioni, hanno particolarmente stuzzicato la mia curiosità e il mio interesse.

IMG_1968Il primo riguarda gli affaristi e gli speculatori. Una vera e propria rete di trafficanti di emigrati (italiani) si sviluppò parallelamente al reclutamento ufficiale dei minatori. “Soggetti, cooperative, società di spregiudicati – spiega Ricciardi – reclutavano nelle campagne e periferie italiane braccia da destinare al fruttuoso business della migrazione. Questi disperati a volte riuscirono ad arrivare all’estero illegalmente, molte volte, invece, dovettero rassegnarsi all’amarezza di essere stati ingannati”. Nel libro si citano nomi e cognomi di alcuni trafficanti “a gestione familiare” ma anche si indicano le presunte associazioni e “agenzie d’affari”.

Un altro aspetto, in generale poco conosciuto, è il carcere per chi si rifiutava di scendere in miniera. I lavoratori che chiedevano di far ritorno in Italia venivano messi in prigione, per una decina di giorni, e sottoposti alla medesima disciplina dei detenuti. “Trasferiti di forza nel Petit-Château, i malcapitati venivano stipati anche in quaranta in celle di dieci metri per cinque. La latrina era fatta da buglioli posti nell’angolo della stanza che venivano svuotati due volte al giorno, mentre i letti erano sacchi di paglia buttati sul pavimento. Per ripararsi dal freddo, visto che i vetri superiori delle finestre erano rotti, veniva concessa loro solo una piccola coperta”. C’era pure un’ora d’aria forzata, durante la quale i “prigionieri” dovevano marciare come sotto le armi. E per chi continuava a rifiutarsi di ritornare in miniera veniva scortato in un convoglio per detenuti in una delle stazioni di Bruxelles e, dopo aver rilevato le impronte digitali, era caricato sul treno speciale con tanto di foglio di via.

Un terzo elemento riguarda i prigionieri di guerra. Ricciardi ricorda come il Belgio, insieme alla Francia e all’Olanda, fu il Paese che sfruttò maggiormente i prigionieri di guerra per l’estrazione del carbone. Ne vennero liberati in 25.000 tra aprile e agosto del 1947 e altri 10.000 in ottobre. In sostanza, tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta i minatori italiani avevano rimpiazzato progressivamente gli ex prigionieri di guerra. E per qualche tempo lavorarono pure assieme.

Lunedì prossimo, 8 agosto, alle 8.10 del mattino, come ogni anno al Bois du Cazier a Marcinelle, la campana Maria Mater Orphanorum rintoccherà per 262 volte, in memoria delle vittime della tragedia, delle quali 136 italiane. È il 60° anniversario di una delle pagine più tragiche della storia dell’emigrazione italiana. – Matteo Lazzarini –

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