Unione europea: sprechi miliardari spaventosi

shutterstock_520100317“L’Unione europea non funziona, è un sogno rovinato, butta via i soldi. Ci sono sperperi senza fine che nessuno potrebbe mai neanche immaginare”. A smascherare l’UE ci avrebbe provato Roberto Ippolito con il libro Eurosprechi. Un florilegio di “casi” (tratti principalmente dalla “Relazione annuale della Corte dei conti sull’esecuzione del bilancio per l’esercizio finanziario 2014”) che testimonierebbero “sprechi miliardari spaventosi”. Si racconta di formatori senza esperienza, di autostrade troppo costose, di fotocopie contestate, di attrezzature non utilizzate, di palazzi vuoti e di molti altri sperperi. Colpevole naturalmente sarebbe l’Unione europea (in senso ampio e generale) che “butta via i soldi con una facilità estrema”. Infatti “tra direzioni, agenzie e segrete stanze, ne accadono di tutti i colori”. Nel libro è un susseguirsi vorticoso di frasi ad effetto, scenari apocalittici e tanta voglia di stupire. Preso da curiosità sono allora andato a leggere la “Relazione annuale” della Corte dei conti, un documento voluminoso (320 pagine) che consiste in un audit sui conti consolidati dell’UE e sulla legittimità e la regolarità delle operazioni alla base di tali conti.

Ebbene, confermo. La Corte fa numerosi rilievi: “Le risultanze globali dei nostri audit – si legge nel documento – per quanto stabili, indicano un livello di errore rilevante”. Gli errori sarebbero di vario tipo come l’imputazione di costi non ammissibili nelle dichiarazioni di spesa oppure gravi violazioni delle norme in materia di appalti pubblici.

Però confermo anche un’altra cosa, che nel libro “Eurosprechi” appare molto confusa, e cioè che le “colpe” degli “errori” non sarebbero sempre imputabili alla Commissione europea bensì agli Stati membri (e alle Regioni). Infatti una buona parte dei fondi europei è erogata ai beneficiari finali (cittadini, associazioni, imprese…), direttamente dagli Stati. Si trovano qui le problematiche più rilevanti. Basta leggere le prime pagine della Relazione, nelle quali la Corte precisa che la rubrica che più ha inciso sul livello di errore stimato è stata quella della “Coesione” e cioè il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE) e il Fondo di Coesione (FC), fondi gestiti, appunto, dagli Stati. E su questo punto la Corte è molto chiara: “Spetta in primo luogo agli Stati membri prevenire o individuare e rettificare le spese irregolari e darne notifica alla Commissione”. Anzi, “devono accertare attraverso verifiche di gestione (controlli documentali e ispezioni in loco) che tutti i progetti siano ammissibili al finanziamento dell’UE e che i costi dichiarati soddisfino tutti i requisiti specificati nei regolamenti UE e/o nelle norme nazionali”.

In un recente articolo sul Corriere della Sera, “Lo spreco dei fondi Ue: l’Italia in coda nella spesa per il piano 2014-2020”, Sergio Rizzo racconta dei ritardi di spesa delle Regioni italiane, soprattutto del Sud, proprio sui fondi europei che gli sono stati attribuiti: “Considerando il fondo Feasr – spiega Rizzo –  la classifica regionale fa letteralmente cadere le braccia guardando al Sud. A metà del programma 2014-2020 il Piemonte ha speso 124 milioni, la Lombardia 102 e la Toscana 51,8. Via via tutte le altre, fino a incontrare la prima meridionale, la Sardegna, con 22 milioni. (…) La Campania si ferma a 783 mila euro: un centotrentesimo della Lombardia. E la Puglia è ancora a zero”.

Insomma, le varie autostrade finanziate da fondi europei e risultate troppo costose, i corsi di formazione sovvenzionati senza verifica, il potenziamento di aeroporti con meno di 80 passeggeri al giorno fino al rimborso dell’impianto audio al barista, rientrerebbero nei progetti la cui attuazione competerebbe agli Stati membri (e alle Regioni) e non ad una generica “Europa”. Se “Eurosprechi” ha il merito di portare a conoscenza del grande pubblico le criticità della gestione del budget europeo, tuttavia un approfondimento e maggiore chiarezza sulle responsabilità avrebbe migliorato la qualità dell’informazione. – Matteo Lazzarini –

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