No euro… no party

shutterstock_488795023“L’Europa va difesa perché è la dimostrazione che ci può essere sviluppo e crescita competitiva dell’economia senza sacrificare l’ambiente, senza rinunciare allo stato sociale, senza lasciare indietro gli ultimi ed allo stesso tempo senza mortificare le forze più dinamiche della società, a partire dagli imprenditori, dagli start-upper e dagli innovatori”. È coraggioso Fabrizio Macrì, nel suo saggio “No euro… no party” nello spiegare la sfida della sua generazione (i nati negli anni ’70) e cioè “difendere la missione liberatrice dell’integrazione europea che ha significato per le aree più arretrate del continente riscatto economico e sociale”.

Il percorso che propone Macrì è interessante e la sua analisi affascinante. Si coglie l’approccio intellettuale audace di chi vive e lavora fuori dall’Italia e che non ha paura di esporsi con proposte pragmatiche e molto chiare: investimenti pubblici, lavoro, restare nell’area euro. Alcune idee sono molto forti e attraggono per la semplicità e l’energia con le quali vengono spiegate ed argomentate.

“Nel dibattito politico – sostiene Macrì – si sente forte la voce delle fazioni antieuropeiste che attribuiscono all’Europa le colpe del declino economico e sociale del continente”. E i “colpevoli”, messi tutti in un grande calderone sarebbero l’establishment, l’America, la BCE, i petrolieri, l’imperialismo delle multinazionali, le banche d’affari, Bruxelles, la Germania, i poteri forti, le logge massoniche. “A fronte di questa narrazione populista – precisa Macrì – che però poggia su un disagio sociale effettivo delle classi meno abbienti, le forze europeiste controbattono con ragionamenti timidi e astratti”. Fanno appello alla storia, alla solidarietà tra i popoli, allo spirito di Ventotene, citando Spinelli e “sfoggiando anche una spocchia radical chic che aliena loro le simpatie dei più”.

nenpPoco coraggio dunque da parte della classe dirigente italiana che, incapace di produrre i necessari cambiamenti per renderci più virtuosi, vorrebbe convincerci che per star meglio dovremmo uscire dall’euro. Anzi, osa Macrì, le forze europeiste dovrebbero avere il coraggio di dire che “l’Italia deve assomigliare di più alla Germania”. Una bestemmia? Un insulto? No. Meno corruzione, sussidi dignitosi ai disoccupati, partecipazione dei sindacati alla gestione delle imprese, stipendi più alti dei nostri, grande forza esportatrice. Insomma, meglio che le forze timidamente europeiste parlino anche alle tasche dei cittadini e spieghino che “mettere nello stesso calderone l’imperialismo delle multinazionali con la costruzione europea è un artificio retorico privo di fondamento nella realtà”. E questo Macrì lo spiega molto bene nel suo saggio, contribuendo in modo propositivo al dibattito sul futuro dell’Europa – Matteo Lazzarini –

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