Libri e storie

1910483_1633531413539207_4610333501560567290_nIn più di vent’anni di vita all’estero ho incontrato moltissimi italiani emigrati. In Belgio, Germania, Svizzera, Francia, Regno Unito e in altri Paesi europei, ma anche in America latina, in particolare in Argentina e Colombia. Emigrati “storici”, figli, nipoti, pronipoti di emigrati. Ho ascoltato le loro storie con interesse e rispetto, nel miscuglio delle lingue e dei dialetti. A Bruxelles incontro quotidianamente i cosiddetti “nuovi emigrati”, giovani di venti, venticinque, trent’anni che hanno lasciato l’Italia per studiare, lavorare, fare uno stage, vivere “fuori”. Per tre mesi, un anno, per tutta la vita. Sull’emigrazione italiana ho letto tanto, tantissimo. La letteratura che racconta degli italiani all’estero, della nostra emigrazione, mi ha sempre affascinato. Mi ha aiutato a capire meglio me stesso, la mia storia di italiano. Di “italiano all’estero”, direbbero in Italia. Ma io dico solo “di italiano”.

Seguo con passione Gian Antonio Stella e Beppe Severgnini quando si interessano e scrivono, pur con approcci diversi, di emigrazione. Stella ho avuto modo di incrociarlo a Bruxelles diversi anni fa in una conferenza organizzata dalla Regione Veneto. Raccontava dei veneti emigrati in Brasile e della diaspora italiana nel mondo. Citava date e numeri. Raccontava aneddoti e storie. Stava già lavorando sul libro “L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi”, che sarebbe uscito qualche anno dopo. Un libro ricco di fatti, aneddoti, documenti, personaggi e storie. Racconta l’altra faccia dell’emigrazione italiana in America, quella che non si trova nei nostri libri di storia.

bsAnche Beppe Severgnini l’ho incontrato a Bruxelles, in occasione dello spettacolo tratto dal suo libro La vita è un viaggio. Il giorno dopo la rappresentazione ho avuto l’onore di intervenire come relatore alla conferenza “La circolazione dei talenti in Europa”, nella quale lui era l’ospite d’onore. Gli diedi il mio biglietto da visita e lui mi… disegnò il suo. Si fece la propria caricatura in un foglietto e aggiunse in basso il numero di cellulare e l’email. Com’è noto, Severgnini dal 1998 (pioniere!) cura il blog Italians. A lui va il merito di aver reso accessibile e comprensibile il fenomeno della nuova emigrazione italiana. Propone delle nuove “categorie” e ne parla in modo attuale.

Nell’ambito della narrazione e delle storie di emigrazione, mi hanno particolarmente affascinato tre libri. Il primo è “Vita”, di Melania Gaia Mazzucco, che racconta la storia due ragazzini, Diamante e Vita, di 12 e 9 anni, arrivati a New York nel 1903. Una storia per certi versi amara, dolorosa e crudele e insieme buffa, comica e tenera. Un libro irrinunciabile. Il secondo libro è “Cuori nel pozzo”, di Roberta Sorgato, che testimonia attraverso un intreccio di vicende, la vita nelle miniere. L’autrice ricostruisce, con intensità ed emozione, anche la sciagura avvenuta l’8 febbraio 1956 al Rieu du Coeur a Quaregnon nella quale persero la vita otto minatori di cui sette italiani, tra i quali suo padre Giovanni, detto Nannj. La terza pubblicazione la scoprii qualche anno fa leggendo una recensione sul Corriere del Veneto: “I due volti della morte nera” di Walter Basso. Cominciai a leggerlo in aereo da Treviso a Charleroi. Lo terminai a casa alla tre del mattino. Nella prima parte del libro, romanzata, Basso (giornalista, scrittore, editore e umorista di lingua italiana e veneta) racconta la storia della sua famiglia. Lo zio materno e il padre erano minatori nel bacino di Charleroi. Il primo wbbmorirà sepolto vivo nel 1957, il secondo di silicosi nel 1988. La seconda parte del libro consiste in una raccolta di documentazione e fotografie inedite e testimonianze. Con Walter Basso ci siamo incontrati a Charleroi, qualche anno fa. Ho avuto l’onore di presentarlo al pubblico in occasione della conferenza che si è tenuta nella sala del Consiglio municipale di Charleroi, nella quale ha parlato, non senza emozione, della sua infanzia in Belgio.

Ma il libro della svolta, quello della presa di coscienza dell’altra Italia, la pubblicazione che mi ha davvero segnato e insegnato è “Per un sacco di carbone“. Uscito nel 1996 e pubblicato a cura delle ACLI, è nato e realizzato per iniziativa di Maria Laura Franciosi, all’epoca giornalista dell’Ansa. Io ero in Belgio da appena un anno, cominciavo a girare per i musei di Liegi e Charleroi quando uscì “Per un sacco di carbone”. Fu uno shock per la comunità italiana in Belgio. “Esaminando la letteratura sui minatori – ricorda Franciosi – mi sono accorta che di loro si parla, ma non li si lascia quasi mai parlare, se non attraverso questionari prefabbricati che appiattiscono le diverse esperienze. È stato un lavoro duro e commovente conquistarsi la fiducia di queste persone che spesso non volevano riaprire ferite che avevano nascosto perfino ai propri figli. Penso alla miseria, alle umiliazioni, al razzismo. Ma ci sono stati anche esempi di solidarietà da parte degli altri lavoratori e lavoratrici cittadini e cittadine belgi, che sono documentati nel libro”.

È uscito nel marzo 2016  Recherches nouvelles sur l’immigration italienne en Belgique. Diretto da Anne Morelli e pubblicato con il sostegno del Patronato INCA-CGIL, il volume raccoglie una serie di articoli, in francese e in italiano, di ricercatori e docenti universitari sugli aspetti linguistici, culturali, sociali e politici della popolazione italiana immigrata. E si sfatano alcuni miti come quello appunto che i belgi abbiamo scoperto i prodotti italiani solo dopo il 1946, a seguito dell’immigrazione italiana delle miniere di carbone. Insomma, sembrava che si fosse già detto e scritto tutto sull’immigrazione italiana in Belgio e invece no, Le recherches nouvelles propongono temi di riflessione nuovi e, per certi versi, molto attuali.

IMG_1973Ancora più recente “Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone” di Toni Ricciardi (con un capitolo di Annacarla Valeriano sulla tragedia). Alcuni passaggi hanno particolarmente stuzzicato la mia curiosità e il mio interesse. Il primo riguarda gli affaristi e gli speculatori. Una vera e propria rete di trafficanti di emigrati (italiani) si sviluppò parallelamente al reclutamento ufficiale dei minatori. Un altro aspetto, in generale poco conosciuto, è il carcere per chi si rifiutava di scendere in miniera. I lavoratori che chiedevano di far ritorno in Italia venivano messi in prigione, per una decina di giorni, e sottoposti alla medesima disciplina dei detenuti. Un terzo elemento riguarda i prigionieri di guerra. Ricciardi ricorda come il Belgio, insieme alla Francia e all’Olanda, fu il Paese che sfruttò maggiormente i prigionieri di guerra per l’estrazione del carbone. Ne vennero liberati in 25.000 tra aprile e agosto del 1947 e altri 10.000 in ottobre. In sostanza, tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta i minatori italiani avevano rimpiazzato progressivamente gli ex prigionieri di guerra. E per qualche tempo lavorarono pure assieme.